Sono un giovane bhikkhu. Lo avrete letto dal titolo, lo potrete facilmente dedurre dai miei futuri interventi. Qualcuno potrebbe chiedersi “cos’è un bhikkhu?”, ebbene nella tradizione buddhista il bhikkhu è un monaco itinerante, mendico ed asceta. Nell’immaginario collettivo occidentale si pensa al buddhista come un personaggio che seduto nella posizione del loto, si isola completamente dalle cose del mondo (piacere, dolore, sesso, denaro, cibo etc.) col fine di trovare l’illuminazione (bodhi). Tuttavia l’ascetismo non ha molto a che fare con il buddhismo, piuttosto esso è praticato ancor oggi dagli induisti. L’ascetismo si fonda su un’antica credenza induista – presente anche in Occidente nell’orfismo greco, nel pitagorismo ed in Platone, secondo la quale il corpo è la prigione dell’anima; essa, a causa di una colpa originaria, è stata rinchiusa nel corpo il quale è fonte di sofferenza e di morte. L’unico modo per liberarsi dal corpo è l’ascetismo, ovvero l’abbandona radicale di qualsiasi pratica che abbia la propria origine dalle passioni del corpo, da qui la castità e il digiuno. Nel brahmanesimo, l’anima trasmigra da un corpo all’altro finché non si è completamente purificata attraverso l’ascetismo. La purificazione quindi rompe il ciclo eterno della trasmigrazione delle anime, il samsara. Ogni azione svolta in una vita inciderà sull’altra, secondo una legge detta karma fondata sull’assunto che ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria. Chi ha raggiunto un alto grado di purificazione nella vita passata, grazie alla propria condotta buona ed ascetica, entrerà in una nuova vita a partire dal gradino che ha raggiunto. Chi invece non ha seguito le regole della purificazione sarà destinato ad un livello inferiore e quindi dovrà impiegare più tempo per arrivare alla liberazione della propria anima. Il samsara e il karma fanno parte del dharma, ovvero la legge cosmica che mostra come le cose veramente sono e dalla quale quindi bisogna trarre i giusti insegnamenti. Indubbiamente nel buddhismo si ritrovano molti concetti induisti, ma il bhikkhu non è il brahamino. Secondo la leggenda, il giovane principe Siddharta Gautama, uscito dal palazzo reale, nel quale fino ad allora era vissuto, incominciò a vagare per l’India cercando la via per la purificazione dal dolore. In quel periodo il modello più seguito era quella brahminico fondato sull’ascetismo. Siddharta così scelse un albero sotto il quale meditare, si accovacciò nella posizione del loto ed incominciò una faticosa meditazione ascetica. Dopo molti anni, una giovane donna di un villaggio, non molto distante da dove Siddharta meditava, attirata dalla luce che emanava il brahmino, gli offrì una ciotola di riso. Siddharta meditando sull’inutilità della mortificazione del corpo nel tantivo di raggiungere l’illuminazione decise di accettare l’offerta. Comprese che la risposta brahmina al dolore era priva di equilibrio: l’illuminazione non è raggiungibile con gli eccessi, bensì con la mediazione e la collaborazione tra mente e corpo. Il corpo in sé non è male né fonte di sofferenza. Ciò che porta al dolore è la brama di vivere, la sete di vita che attacca l’uomo ad oggetti effimeri, destinati a scomparire e quindi a far soffrire: Siddharta aveva trovato così l’illuminazione, era diventato l'illuminato, era diventato il Buddha.
Il dharma, cioè la legge cosmica universale, per il buddhismo è caratterizzata dalle Quattro Verità Nobili: tutto è dolore, il dolore ha origine dalla sete di vita, il dolore cessa se si abbandona qualsiasi attaccamento determinato dalla volontà di vita, c’è un Ottuplice Sentiero per liberarsi dal dolore. Chi riesce ad emanciparsi dalla brama di vita può raggiungere lo stato finale e più alto della mente che rompe il ciclo del samsara: il nirvana. Il nirvana è solitamente definito come uno stato di beatitudine, in cui il buddha non percepisce più né dolore né piacere. Le cose non stanno proprio così. Il nirvana è piuttosto all’annullamento della mente, l'estinzione della sete di vita. L’annullamento della mente non è altro che la rottura del samsara; la purificazione per mezzo della via illuminata conduce la mente alla fine del ciclo delle reincarnazioni, cioè del dolore. Così finalmente la mente può acquietarsi nel nulla, giacché essere e dolore sono nel mondo e nella brama di vita. Il nulla buddhista non è riconducibile a nessun concetto occidentale. In occidente il nulla è sempre stato concepito come “assenza di essere”, quindi l’unico modo per definirlo è in relazione a ciò che è. Nel buddhismo invece il nulla è il vuoto. Il concetto di vuoto trova nel buddhismo zen – ovvero l’interpretazione giapponese del buddhismo indiano – la sua massima espressione. Possiamo vedere il buddhismo zen come una laicizzazione del buddhismo indiano, ancora fortemente influenzato dalle superstizioni religiose dell’induismo. Nello zen la meditazione (zazen) è certamente importante, ma ancora più importante è lo stato mentale del vuoto, il quale non si identifica nell’assenza totale di cose, bensì nel lasciare andare i pensieri, nel non attaccarsi ad essi, ma liberarsene. Stati mentali come ansia, paura, odio, dolore, sono imprescindibili, non possono essere annullati definitivamente, tuttavia è possibile liberarsene provvisoriamente, lasciando andare i pensieri che li hanno portati alla coscienza, poiché i pensieri sono un prodotto della mente ed in quanto tali dominabili da essa. La tradizione zen afferma che gli stati mentali negativi sono il frutto di conflitti interiori, i quali però sono illusori, nel senso che sono il prodotto della mente e quindi non reali. Lo zen non nega quindi il corpo e il suo valore, ma si pone in modo critico nei confronti dell’interpretazione che viene data dal soggetto ai suoi impulsi corporali. Inoltre esso invita a non attaccarsi ciecamente a pensieri e pregiudizi, ma la tendenza a lasciar andare pone il soggetto sempre in una prospettiva spregiudicata e critica nei confronti del mondo. Non a caso un vecchio adagio zen dice: "Se incontri il Buddha, uccidilo".
La grande differenza con il brahmanesimo sta nella via della purificazione: per Siddharta Gautama la purificazione non è raggiungibile con l’ascetismo, bensì nella continua consapevolezza delle cose. Cosa significa “consapevolezza delle cose”? Nelle strofe a coppia (yamaka-vagga) Siddharta sostiene che «gli elementi della realtà hanno la mente come principio, hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente». Se il principio della realtà è la mente, allora la realtà è determinata da essa: gli oggetti sono predeterminati dalla mente e dal sete di vita. Le cose non determinano la mente, piuttosto avviene il contrario: la loro ragion d’essere è definita dalla mente. Siddharta però non distrugge la realtà fisica delle cose, anzi egli afferma che una volta abbracciate le Quattro Verità Nobili le cose ci appaiono per quello che sono: oggetti mossi e determinati dalla sete di vita. L’uomo, come qualsiasi altro essere, è sottoposto a questa alla legge cosmica. Un’interpretazione pessimistica del pensiero buddhista sostiene che la sete di vita non può essere trascesa, superata, poiché costituisce essa stessa la realtà. Ciò che distingue il bhikkhu da qualsiasi altro essere è semplicemente la consapevolezza che le cose sono determinate dalla sete di vita che lo conduce alla vedere le cose così come realmente sono. Quando parliamo delle “cose così come realmente sono” dobbiamo precisare due punti: a) “le cose così come realmente sono” sono gli stati mentali passeggeri dell’individuo, il dolore sta nell’attaccarsi a questi stati mentali mentre la liberazione da questo si ha nel lasciarli andare, ma per poterli lasciare andare bisogna arrivare alla radice che li ha determinati, ovvero alla brama di vita – così stati mentali come amore, odio, piacere, dolore, sono solo il frutto della brama di vita, essere consapevole delle cose che si vivono significa proprio questo: i nostri stati mentali sono determinati dalla brama di vita; b) “le cose così come realmente sono” sono le cose del mondo, le quali tutte, ma proprio tutte, sono mosse dalla brama di vita. L’ideale buddhista sarebbe non avere più stati mentali, il che significherebbe raggiungere il vuoto, ma come dicevo un’interpretazione più realista che coincide con lo zen afferma che il vuoto è semplicemente un lasciar andare gli stati mentali.
Bene, caro lettore, se avrai avuto la pazienza di leggere questa insulsa introduzione al buddhismo, posso finalmente esporre le conclusioni che questo giovane ed inesperto bhikkhu ha tratto e continua a trarre dal buddhismo: 1) gli stati mentali non coincidono con gli stati cerebrali, i primi sono solo un’interpretazione dei secondi; gli stati mentali di solito ma non del tutto ci indicano ciò che sta avvenendo nel nostro corpo e ciò che avviene nel nostro corpo è il “come realmente stanno le cose”, gli stati mentali sono quindi una illusione (amore, odio, piacere, dolore) spesso arricchite dalla cultura e dai modelli di pensiero, detti dai biologi evoluzionisti “memi”, gli stati mentali sono solo epifenomeni di stati cerebrali i quali, a loro volta, sono risposte elaborate a stimoli eterni ed interni, la cui elaborazione è funzionale alla sopravvivenza e riproduzione; 2) la realtà biologica (e forse anche quella fisica) si riduce sostanzialmente a brama di vita; oggigiorno conosciamo molto di questa brama di vita, ad esempio sappiamo che i geni egoisticamente tendono a riprodursi per sopravvivere e che i nostri corpi, come qualsiasi altro fenotipo, non sono altro che macchine per la riproduzione e conservazione dei geni: sopravvivenza e riproduzione, la prima funzionale alla seconda, è la massima manifestazione della brama di vita, tutto il resto sono illusioni che l’uomo ha creato nel corso della propria storia, alcune delle quali davvero meravigliose, ma pur sempre illusioni. Citando però un passo delle Ecclesiaste: “niente di nuovo sotto il sole”. Le culture cambiano, le società nascono e muoiono, gli uomini sono massacrati da guerre, carestie e malattie, ma la radice biologica dell’uomo è sempre la stessa: nascere, vivere per riprodursi e morire. Quando poi ci chiediamo il perché di tutto ciò, vale a dire il fine per cui le cose stanno così, non troviamo risposta che non sia già illusione, illusioni come i magnifici ruoli recitati nel tragico teatro della vita, dove tutti noi siamo attori che appaiono e scompaiono senza neanche avere il privilegio di conoscere il perché.